Industria 4.0 e formazione in Italia: il punto

Industria 4.0 e formazione in Italia: il punto

La nuova Legge Sabatini introduce una proroga all’iperammortamento di cui le piccole e medie imprese possono usufruire per acquistare strumenti e tecnologie digitali. Quando si parla di impianti, strumenti e tecnologie si fa riferimento a hardware e software necessari ai moderni processi di produzione, denominati nel loro complesso Industry 4.0. Grazie alla nuova normativa le piccole e medie imprese dispongono inoltre di un servizio di consulenza, ovvero di uno sportello telematico, per accedere agli incentivi stanziati.

La Legge Sabatini costituisce solo una parte del Piano nazionale Impresa 4.0, che ha l’obiettivo di rendere le aziende più competitive non solo in Italia ma anche all’estero. Tuttavia una normativa ad hoc, in materia di credito d’imposta e incentivi, non sembra essere sufficiente a dare alle PMI la giusta competitività. Da più parti si sottolinea come la formazione delle risorse umane sia altrettanto fondamentale. Le competenze necessarie all’utilizzo di software e hardware dell’industria 4.0 non sono molto diffuse tra i lavoratori e richiedono un aggiornamento costante.

Le imprese investono solo il 18% nella formazione

Deloitte, azienda che svolge servizi di revisione e consulenza, ha condotto un’indagine tra i più importanti manager italiani per approfondire il tema dell’industria 4.0 e del problema della formazione aziendale. Ai dirigenti è stato chiesto se le imprese italiane siano davvero pronte ad affrontare la rivoluzione digitale. Le risposte degli executive delle aziende italiane più importanti fanno presagire uno scenario non completamente ottimistico, se non sarà data la giusta rilevanza alla formazione delle risorse umane. Si tratta anche di un problema di visione relativa alla trasformazione di modelli e processi produttivi.

Il cambiamento sta avvenendo in modo lento e non uniforme: il gap è costituito dall’assenza di un “business case” strutturato, ossia il ragionamento che c’è dietro al progetto su cui si basa l’attività di un’impresa. Il business case è necessario a dare una direzione chiara al progetto e all’innovazione tecnologica dell’impresa stessa. I manager sottolineano come l’adozione di tecnologie digitali 4.0 non sia più soltanto un’opzione. Infatti per mantenere in vita un’impresa, in uno scenario internazionale altamente concorrenziale, il 4.0 è ormai una necessità legata sia al presente sia al futuro. Le aziende per cui è indispensabile un aggiornamento tecnologico sono principalmente quelle che hanno come core business:

  • le soluzioni mobili
  • il cloud
  • la robotica
  • l’Internet of Things
  • l’intelligenza artificiale

Le aziende che si rivolgono a questo tipo di prodotto/servizio non possono pensare di sopravvivere nel mercato attuale senza investire nell’Industry 4.0 e nella formazione delle proprie risorse umane.
Lo studio condotto da Deloitte apre uno scenario non molto ottimistico: in Italia soltanto 5 manager su 100 hanno una visione chiara rispetto ai cambiamenti organizzativi da operare, per tenere il passo dell’innovazione digitale; all’estero la situazione è differente: 22 dirigenti su 100 sono in grado di prevedere un cambiamento nell’organizzazione aziendale. Il problema italiano è l’incapacità di preparare l’azienda ad affrontare il mercato sul lungo periodo… si tratta di una vera e propria miopia rispetto al futuro.

Qual è la percentuale d’investimento sulla formazione? Secondo lo studio, solo il 18% della quota d’investimenti viene destinata all’aggiornamento delle competenze dei lavoratori, alla loro riqualificazione. Le aziende estere, invece, destinano il 40% del loro budget a questa voce fondamentale. In Italia il 59% delle risorse economiche viene riversato sulle nuove tecnologie e sulle attività utili a supportare clienti e processi; la formazione è una voce residuale all’interno dei budget destinato agli investimenti.

Nonostante questi dati poco incoraggianti, l’Italia si sta lentamente adeguando alla rivoluzione; qualche risultato si inizia a vedere ma è un processo ancora molto parziale. Come riporta il quotidiano economico Il Sole 24 Ore, gli incentivi fiscali stanno cominciando a produrre i loro effetti: le aziende utilizzano questi aiuti per investire nell’acquisto di nuovi impianti. Il gap principale, come sottolineato dall’indagine, riguarda le competenze necessarie a integrare meccanica digitale e la meccanica tradizionale; la risorsa umana è chiamata a governare una macchina molto complessa che richiede skills adeguate. Quando si parla di “rivoluzione digitale” si usa tale definizione per descrivere un vero e proprio stravolgimento del mondo del lavoro.

In pochi anni le competenze necessarie a far funzionare uno strumento produttivo, si tratti di un computer o di un impianto per la produzione di tessuti, possono diventare completamente obsolete. Prima dell’avvento del digitale la riqualificazione era un’operazione meno drastica e relativamente semplice; oggi non è più così. Dunque, affinché il 4.0 possa funzionare completamente, e dare i risultati produttivi ed economici sperati, non può non passare per una grande attenzione da riservare alla formazione: si tratta di un fattore chiave. Investire nella formazione è l’unica possibilità che i manager hanno per far vivere le loro aziende.

 

Il Piano Impresa 4.0

Il Piano Impresa 4.0 può già essere considerato positivamente e i numeri stanno a indicare il successo della normativa: sia l’iper che il super ammortamento, di cui hanno goduto le aziende che vi hanno fatto ricorso, hanno prodotto un incremento degli investimenti rivolti a strumentazioni e impianti tecnologici di ultima generazione.
L’adeguamento del capitale umano deve procedere in parallelo con quello del capitale macchine; non c’è più possibilità di aspettare o di rimandare, se si vuole competere con chi ha già investito in tal senso. Ma come si procede alla formazione delle risorse? Acquisire competenze significa puntare sulle digital skills già in ambito scolastico; vuol dire preparare i ragazzi all’ingresso nel mondo del lavoro, rivoluzionato dal digitale, con largo anticipo, affinché non subiscano la superiorità e la maggiore competenza dei ragazzi europei. La rivoluzione digitale corre a una velocità multipla rispetto a quanto accaduto nel periodo delle rivoluzioni industriali, che davano il tempo alle imprese di adeguare le risorse al cambiamento. Oggi è proprio il tempo che manca. Bisogna investire nella scuola secondaria e nell’università. I lavoratori già inseriti nel contesto aziendale devono essere riqualificati e continuare nel tempo il percorso di formazione.

Il nuovo contratto di lavoro dei metalmeccanici, per esempio, prevede otto ore annuali di formazione obbligatoria; rispetto agli altri paese europei si tratta di un monte ore esiguo, anche se è un primo passo nella direzione giusta. Il revamping delle risorse umane deve andare in tale direzione, ma con più coraggio.
In Italia si registra una crescita dell’industria manifatturiera ma a causa delle innovazioni tecnologiche, nei prossimi cinque anni, le imprese italiane avranno bisogno di quasi 300.000 tecnici altamente specializzati, principalmente nel settore dell’ingegneria. L’up-skilling e il re-skilling riguardano soprattutto le piccole e medie imprese e i loro lavoratori. Si tratta di una sfida molto ambiziosa perché il revamping porta via molto tempo e non tutti i lavoratori attualmente impiegati nei processi produttivi, toccati dal fenomeno digitale, saranno in grado di vincere la sfida. Questo comporterà scelte dolorose per i lavoratori ormai inadeguati e per le stesse aziende, che dovranno reperire sul mercato le risorse mancanti.

Il credito d’imposta 4.0 appena varato e in seguito prorogato è una misura tardiva, ma almeno è un punto d’inizio. E’ stato formulato in base alle dimensioni delle aziende:

  • le piccole imprese potranno usufruire di un incentivo pari al 50%;
  • le aziende di medie dimensioni godono del 40%;
  • le imprese più grandi usufruiscono di un credito d’imposta al 30%.

Tra le misure introdotte spicca anche l’introduzione dei Competence Center che sono centri per la formazione del personale tecnico.

In che modo le aziende si stanno adeguando alla rivoluzione digitale

Anche grazie alle misure del credito d’imposta al 30%, le grandi aziende stanno operando un processo di aggiornamento, in grado di proiettarle nel futuro con più sicurezza. Sono principalmente le grandi aziende, a differenza di quelle medie e piccole, a investire di più nella formazione e nell’adozione di strumenti tecnologicamente avanzati. Tuttavia il settore industriale non è costituito da comparti separati; se le PMI italiane non aumenteranno gli investimenti, nella formazione e nell’innovazione tecnologica, provocheranno un rallentamento della filiera, vanificando in parte anche i progressi delle imprese più grandi.

Per evitare il rallentamento generale dovranno puntare al più presto su:

  • smart working: gli orari di lavoro e i luoghi in cui si svolge l’attività produttiva devono essere flessibili; l’obiettivo delle risorse non è più focalizzato sulla gestione dei processi ma sul conseguimento degli obiettivi aziendali;
  • lifelong learning: l’aggiornamento professionale non potrà essere più concentrato in un periodo della carriera professionale del lavoratore; il revamping deve essere continuo, distribuito costantemente su tutto l’arco della vita lavorativa della risorsa; solo in questo modo potrà vendere la propria competenza sul mercato.

Mentre le grandi aziende già operano proficuamente su smart working e lifelong learning, le piccole e medie imprese sono in ritardo, anche se potranno rilanciarsi se approfitteranno del supporto statale in termini di incentivi.

Perché conviene investire sulla formazione 4.0

Perché è importante investire su re-skilling e up-skilling? La risposta è ovvia: per essere competitivi sul mercato. Tuttavia, al di là delle formulazioni teoriche, il ragionamento poggia su dati e cifre. Investire un euro sulla formazione, soprattutto sulla formazione 4.0, aumenta fino a tre volte il valore dell’investimento iniziale. ovviamente il ritorno economico varia a seconda delle dimensioni dell’azienda.

Non è necessario investire solo sulla formazione di operai e tecnici ma anche su quella dei manager. La formazione deve riguardare anche il dirigente, il cui ruolo negli anni si è evoluto: la competenza del manager deve essere psicologica. Il dirigente deve essere in grado di motivare i dipendenti e di automotivarsi, per raggiungere gli obiettivi aziendali. Le aziende con i risultati migliori sono quelle che hanno una leadership gerarchica; la formazione dunque deve andare anche nella direzione del self-employement.

Il secondo motivo per cui conviene investire nella formazione risiede nella velocità con cui si evolvono hardware e software. Da oggi ai prossimi cinque anni sarà inutile il 60% delle competenze che attualmente sono fondamentali per lavorare. Tra cinque anni una buona percentuale di lavoratori dovrà aver ricevuto un aggiornamento delle skills, se vorrà conservare il posto di lavoro e rendere l’azienda competitiva.

 

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